Pracchia e Casa Bizzarri

 

Pracchia è una piccola frazione montana del comune di Pistoia . Percorrendo la via Nazionale , che dal bivio di Pontepetri conduce a Porretta , dopo 2 chilometri circa , incastonata fra due catene di monti , ai piedi della stretta e tortuosa valle del Reno , ci viene incontro Pracchia con le sue vestigie compassate , ma ostentate con la stessa esibizione di un tempo , di un tempo lontano .

pracchiaLa natura lussureggiante , i castagneti , le abetaie ,le robinie e le faggete ; le sorgenti di acque cristalline che perennemente zampillano dalle falde del suolo ; la posizione favorevole dell’assetto viario con la stazione ferroviaria lungo la tratta (Pistoia – Bologna ) e con la stazione della ferrovia alto pistoiese (FAP) il cui percorso si snodava su binari a scartamento ridotto lungo la strada Pracchia – Mammiano passando per i paesi di Campo Tizzoro , Maresca , Gavinana , San Marcello (oggi dismessa) ; la sorgente Orticaia , sita quasi all’apice del monte antistante , le cui acque hanno ancora un riscontro scientifico di rilievo per le proprietà terapeutiche che favoriscono la decalcificazione dei calcoli renali; tutto ciò fece di Pracchia la perla dell’Appennino pistoiese e luogo di villeggiatura alla moda , specie quando Pracchia , per un breve periodo , si identificò come luogo termale.

Passata l’ultima guerra mondiale , l’Italia si vide lacerata da tante ferite . Le distruzioni avevano messo in ginocchio l’intero paese ; le comunicazioni erano pressoché inesistenti ; il settore produttivo , insediato esclusivamente al nord , risultò inefficiente; l’alimentazione era vistosamente carente per la maggior parte della popolazione. Il popolo viveva giorno per giorno, arrangiandosi come meglio poteva , ma non difettava lo spirito e la volontà di riscatto ; ciò avvenne con l’aiuto del governo americano (piano Marshall).
L’Italia nel decennio successivo convertì le sue condizioni di miseria in uno stato di benessere fino ad allora mai conosciuto.
La sua rinascita fu talmente rapida quanto inaspettata.
I ricordi delle macerie di guerra si trasformarono presto in un sogno realizzato : “Il Boom economico”.
Anche Pracchia , sulla scia della favorevole congiuntura economica, negli anni 60 si trovò a beneficiare del miracoloso benessere.
La Società Metallurgica Italiana (SMI) occupava all’epoca , nei suoi stabilimenti di Campo Tizzoro – Limestre e Mammiano circa 2000 dipendenti , una vera ricchezza ed un baluardo per la popolazione del luogo che da sempre ossessionata a fare i conti con le consuete ristrettezze, ora, consapevole della fortunosa circostanza , gratificava il polo industriale sparso fra le loro verdi montagne.
Naturalmente , come sempre accade , attorno allo stabilimento guida sorse un importante indotto , composto da numerosi laboratori di metalmeccanica , di falegnameria , tra cui la falegnameria Bizzarri e da tante aziende di servizio connesse.
A Pracchia tornarono i villeggianti e gli alberghi si affollarono , i negozi si riempirono di merci , ciascuno aveva un’occupazione , il denaro circolava a sufficienza : il paese visse la sua stagione più splendida. Succederà , dopo , un lento e inesorabile declino.

Oggi a Pracchia si è costruito una industria di imbottigliamento , sorta dalla vecchia sorgente Orticaia con personale che vanta tecnici , operai , ingegneri , dirigenti commerciali, una casa di cura per anziani con la presenza di infermieri , cuochi , medici ,un campo sportivo , un piccolo albergo a gestione familiare , una moderna ed efficiente stazione ferroviaria senza però addetti al servizio; ma tutto ciò vive solo per il turismo di poche settimane all’anno. Pracchia visse il suo massimo splendore nella prima metà del 900 : i sapori che ne rimangono sono proprio di fotografie in bianco e nero , di pavimenti in abete , di vestiti da festa , di cappelli bianchi , di piccole stufe in ferro nero ruvido , di vivande bollenti sui tavolini della caffetteria , di sigari aspri , di cartoline d’epoca con famiglie e automobili e bambini ,, insomma in un mondo quasi fatato di folletti e gnomi che popolavano questo paese rubato alla foresta. Pracchia a differenza delle altre frazioni che si incontrano lungo la strada, viveva soprattutto grazie alla ferrovia , al legno ed al turismo intenso, tanto che famosi e redditizi erano l’albergo Appennino poi divenuto Gran Hotel Appennino , l’albergo Orticaia , la pensione e ristorante Fiornovelli , la trattoria del Reno ; agli inizi del 1900 si costruì il ventilatore , azionato da una macchina a vapore , dell’ingegnere Saccardo , che fu impiegato all’imbocco ella galleria ferroviaria dell’Appennino per creare correnti d’aria onde evitare il ristagno interno dei fumi emessi dai treni ; la stessa galleria dell’Appennino risulta essere una interessante opera di costruzione civile: infatti per far fronte all’elevato dislivello tra le frazioni di San Mommè e Pracchia , il tunnel compie un giro elicoidale. La ferrovia Lucca – Pistoia – Bologna, una delle prime costruite , ebbe un costo altissimo , circa 60 miliardi dell’epoca , e fu aspramente contestata perché una spesa così eccessiva non trovava una adeguata risposta commerciale.

Il paese di Pracchia conobbe poi l’ombra della consumistica e industriale che portò i suoi abitanti a Pistoia o in altre città vicine , abbandonandolo , così , ai soli ricordi : anche la falegnameria Bizzarri , seguì l’andamento economico sociale del paese e dopo un periodo di intensa attività commerciale cadde nel lento declino , fino alla chiusura.

L’ATTIVITA’ DI FALEGNAMERIA DELL’APPENNINO TOSCO-EMILIANO DAL 1844 AL 1990

6 falegnameriaLe prime testimonianze che la famiglia Bizzarri , proprietaria dell’immobile , lasciò , risalgono ai primissimi anni del 1800 , quando i fratelli Jacopo e Giovanni vivevano assieme ai genitori , dei quali si è persa ogni traccia storica , in una modestissima casa – laboratorio nella frazione di Orsigna presso Pracchia. Le notizie che si hanno non trovano riscontri oggettivi nella realtà , ma sono frutto di una tradizione orale tramandata di generazione in generazione,secondo la quale i due ragazzi erano intenti , alla luce di lampade ad olio, nella lavorazione artigianale dell’abete che , abbondava allora nelle zone attigue alla residenza, e dal quale ricavavano infissi , arredi e mobili vari, per il ristrettissimo mercato paesano. Dagli scarsissimi e imprecisi attrezzi, la lavorazione si presentava sia come opera di un talento quasi artistico , vista la qualità che il prodotto doveva avere , sia come attività complementare e, diremmo oggi, hobbistica per la limitata richiesta di mercato , da soddisfare essenzialmente nei mesi invernali . Nella coltura agricola e nell’allevamento di qualche animale si trovava, invece, il sostentamento quotidiano. Mentre Giovanni decise di intraprendere una vita ecclesiastica divenendo parroco , Jacopo si sposò con Anna Bartolomei da Maresca e come frutto di questa unione la famiglia Bizzarri vede accrescersi considerevolmente con la nascita di Italia , Guglielma , Elvira , Giovanni e successivamente di Vittorio (1 ). E’ il 1844 quando la modesta casa-laboratorio di Orsigna diventa insufficiente a sostenere le esigenze di una famiglia così numerosa; da qui la decisione di trasferirsi alla Dogana ( 2 ) , in un ambiente più accogliente, più grande e che contenesse ancora una zona dedicata ad attività artigianali. Con il contratto di acquisto del terreno , stipulato nel 1844 si hanno le prime testimonianze concrete della famiglia Bizzarri.

L’agricoltura e l’allevamento per l’autosufficienza alimentare non vengono ancora abbandonati e non lo saranno per almeno altri cinquanta anni , ma adesso, soprattutto grazie alle capacità imprenditoriali del giovane Vittorio , ad una posizione logistica-commerciale più favorevole (la strada nazionale dista pochi chilometri da Dogana) , all’utilizzo di utensili più precisi e maneggevoli, alla presenza di uno spazio di lavorazione relativamente più ampio , prende avvio la lavorazione artigianale dell’abete intesa come attività remunerativa e non più complementare ad altre attività. La richiesta di infissi , mobili , utensili ed oggettistica varia , aumenta a tal punto che da piccolo laboratorio artigianale si passa prima alla denominazione di “Ditta Bizzarri Vittorio” e poi, nel 1908, al trasferimento della stessa attività , in un ambiente ancora più grande e commercialmente più favorevole : il nuovo laboratorio infatti è situato a Pracchia, sull’argine destro del fiume Reno , a pochi passi dalla via Nazionale.

Le potenzialità economiche della famiglia imposero tuttavia la costruzione di un modesto edificio a due piani (3), in muratura a sassi di fiume , la cui parte inferiore era occupata in parte dalla “bottega” per una superficie di 50 metri quadri e in parte da una porzione di abitazione di 24 metri quadri con un’altezza di di 4 metri. Si aprivano allora , e si aprono tuttora , tre finestre di 1 metro di larghezza per 1,6 metri di altezza e un portoncino di uguale larghezza ma alto 2,40 metri , sul lato est , un grande portale sul lato sud , per il passaggio dei tronchi di abete nel laboratorio , di ampiezza 2 metri e altezza 3 metri , sul lato ovest è ipotizzabile la presenza di due finestre di superficie pari alle precedenti, mentre sul lato nord , quello che guarda il fiume , vi sono due finestre poste ad una altezza dalla linea di campagna maggiore rispetto alle altre ( 2 metri contro1 metro ) onde preservarsi dalle piene; allo stesso modo il muro portante sembra avere lì , uno spessore maggiore che altrove.

Il primo piano era costituito interamente da abitazione , ricalcando il perimetro di quello inferiore ha però un’altezza leggermente inferiore (3,5 metri) .

La posizione delle aperture murarie è ripresa , qui, da quella sottostante con l’eccezione delle finestre sul lato nord in numero di 2 ed una altezza dal solaio di 1 metro. Le memorie raccontano di una scala in legno , non specificato di che tipo ma probabilmente di abete costruita dalla stessa ditta Bizzarri , assai ripida che collegava i due piani ; di servizi igienici posti fuori l’abitazione fino a quando , nel 1927 , si ricavò un piccolo ambiente all’interno e di una macchina di importazione tedesca , una Kirchner (4) posta nel laboratorio , il cui funzionamento procedeva oltre che ad energia elettrica anche grazie all’acqua del fiume Reno che, portata in officina con una serie di canali sotterranei , dei quali è rimasta una residua taccia, muoveva una o più ruote idrauliche di azionamento : la macchina in questione era infatti una sega alternativa utilizzata per ridurre i tronchi di abete , trasportati ancora con il carro trainato da cavalli , in tavole di vario spessore e ampiezza , a seconda della successiva lavorazione , pronte ,e questa è una novità nel processo produttivo , per essere essiccate nel piazzale antistante.

La richiesta di lavorati avveniva soprattutto dalla località de La Polveriera , presso Follonica dove alcuni parenti della famiglia Bizzarri, avevano aperto un mercato del legno nel quale si commerciavano i prodotto tipici dell’edilizia e dell’arredamento: infissi , porte , persiane ,librerie , mensole,armadi , cassettoni , bauli , tavoli, sedie. Le forniture di legno vennero lievemente incrementate : l’abete , rimane ancora il legno più usato e più abbondante nella montagna pistoiese :veniva prelevato da Case Boni vicino al Lago Scaffaiolo oppure acquistato dalla ditta Colao ed era utilizzato soprattutto per gli infissi, ma si tagli anche il faggio , il castagno. Il cipresso ed il,pioppo , invece erano legni più costosi perché meno presenti ,sulle montagne tosco-emiliane.

Nonostante gli affari sembrassero propizi e favorevoli , l’acquisto di costosi macchinari , il cui ammortamento fu insostenibile a causa di bassi ricavi ottenuti sul mercato comportò un crollo finanziario che porto nel 1913 alla dichiarazione di fallimento della ditta Bizzarri alla quale seguì la cessione delle attività e l’alienazione del laboratorio con i, macchinari.

laboratorioI vari macchinari (5), tutti “firmati” Kirchner , fabbrica fondata a Lipsia nel 1878 e specializzata per macchine ed utensili per la lavorazione del legno e trasferita poi nella Germania Ovest sotto il nome di Kuhlmann , furono cedute al Sig. Vincenzo Catani , persona vicina alla famiglia Bizzarri avendo sposato Zaira Fiornovelli (6), cognata di Orlando Bizzarri. Nei sette anni che seguirono la gestioni Catani , lavorano in bottega , oltre che gli stessi Bizzarri , che avevano condotto l’azienda in modo familiare , anche i figli del Sig. Vincenzo : Paride , che rimarrà alla lavorazione del legno fino alla chiusura definitiva della ditta , Foresto , Linda e Jennì,che si trasferirono poi in Svizzera per cercare nuove opportunità di lavoro. Di questo periodo non vi è alcun che da segnalare riguardo a nuove costruzioni edilizie ,acquisto di macchinari o particolari richieste di mercato , e sembra quasi esserci un tacito accordo , per quanto riguarda le scelte commerciali e le direttive economiche , tra la famiglia Bizzarri e la famiglia Catani che comunque nel 1920 cedette ad Orlando Bizzarri gli immobili , i macchinari tedeschi e la dirigenza della ditta stessa.

Con il 1920 si apre una nuova fase nella vita lavorativa della ditta : si assistette infatti ad un rapido e sempre più crescente ammodernamento dei macchinari ; si acquistò un autocarro che ,sostituendo il carro trainato da cavalli , permise un approvvigionamento più celere e con maggiori quantità di legname , proveniente anche da zone non più limitrofe alla falegnameria, si importarono dalla Germania più veloci e potenti mezzi meccanici , che arrivavano finalmente in tempo relativamente esiguo , grazie alla ferrovia ; in particolare le storie di paese narrano di decine di persone presenti alla piccola stazione per assistere , come ad uno spettacolo teatrale , al trasporto in fabbrica del mezzo.; si intraprese la costruzione di una piccola teleferica presso Case Boni per il trasporto dell’abete dalle cime dei monti alla strada , che andò a sostituire il metodo dell’imbarco , costituito dal trascinamento dei tronchi dal punto di taglio fino ad una piattaforma rialzata , posta sull’argine stradale , da dove gli stessi venivano “imbarcati” sul carro. ; si comprarono macchinari particolari per la lavorazione degli infissi e dei mobili. Inoltre si ampliò il laboratorio e l’abitazione di 85 metri quadri ciascuno , con la presenza di una ulteriore grande porta , sul lato sud , di tre piccole finestre , sul lato nord ,di altre tre finestre sul lato ovest , riprendendo le misure delle aperture già esistenti; infine si diede avvio alla lavorazione massiccia di legnami più pregiati : l’abete proveniva sempre dalle zone limitrofe e serviva ancora per la fabbricazione di infissi , il pioppo era comprato , dalla ditta Fabris & Ariati , da Gallaroni e Cento presso Ferrara mentre il faggio era tagliato a Gaggio Montano o a Viticciatico , frazione dell’appennino modenese.

Il legno veniva anche comprato a Bologna al tipico mercato del legno situato nel bar Nazionale in Via Indipendenza : lì gli addetti ai lavori si riunivano un venerdì al mese e stringevano contratti sulla parola. Cambiò anche il procedimento di stagionatura che non avveniva più nel piazzale antistante l’officina, ma , più celermente , dentro un impianto completo di vaporizzazione ; si assunsero , infine , i primi operai estranei alla famiglia Bizzarri o Fiornovelli .Questo sviluppo economico-tecnologico si ebbe grazie all’aumento di richieste di mercato , infatti i committenti principali furono in questo periodo la F.A.P. , che inaugurerà proprio nel 1926 la strada ferrata con una richiesta massiccia di assi di legno per le traversine , di infissi e mobili vari per le rifiniture delle stazioni ; il Regio Esercito con una grande commissione di modesti armadi da porre nelle camerate , di tavoli fa mensa, di infissi vari , la S.M.I. ( società metallurgica Italiana ) di Milano , che aveva ed ha tutt’oggi uno stabilimento presso Campotizzoro , con una domanda di cassette per munizioni militari . Proprio la S.M.I. diverrà negli anni successivi , fino praticamente alla chiusura della ditta Bizzarri , l’unico cliente della stessa, e ciò perle note ragioni storiche . Che videro lo stato italiano affacciarsi nell’ambito delle due Guerre Mondiali nonché in conquiste belliche coloniali.

La società milanese richiedeva alla ditta la produzione di grosse cassette da imballo da realizzarsi a fronte di specifiche costruttive ben precise e rigorose come è dimostrato dai disegni allegati : le tipologie costruite sono varie, vanno da quelle massicce con rifiniture in metallo , a quelle protette definite “oltremare” , alle leggere e , in epoca più recente , ai pallet da carico. Una coppia di macchine , tuttora molto efficienti eseguiva le cave per gli incastri a coda di rondine richieste proprio dalle specifiche militari , seguiva poi l’assemblaggio delle parti nonché la ferratura e la zincatura di certi elementi come maniglie , cardini , rivestimenti, ed è per questo che si può trovare all’interno dei capannoni , ampliati nel 1936 , una fonderia con annessa vasca per il bagno nello zinco : nel modesto ambiente si producevano inoltre chiodi ,viti , utensili vari per la lavorazione e anche piccoli pezzi di ricambio per i mezzi meccanici.

12 laboratorio

L’ampliamento dello stabile di circa 26140 metri quadri , suddivisi in un ambiente centrale a doppia altezza e di altri due laterali , di due piani ciascuno , la costruzione di un refettorio , la pavimentazione del piazzale antistante , l’affitto a Maresca di un ulteriore capannone di proprietà della S.M.I. , i più di cento operai , registrati nel Libro Matricola , che lavoravano in falegnameria testimoniano come il 1936 sia stato un anno emblematico per la Ditta Bizzarri e per il mercato del legno sull’Appennino . Il nuovo capannone centrale , la cui copertura è a capriate , di altezza 5,85 metri e area pari a 430 metri quadri , presenta 9 aperture sulla parete est di altezza ugual a 3 metri e ampiezza 2 metri, mentre , dal lato nord , si accede ad un ambiente di 180 metri quadri nel quale sono poste una cabina elettrica e la piccola fonderia poc’anzi menzionata : l’ambiente , di altezza 4,15 metri presenta, 13 aperture sull’argine del fiume di ampiezza 2 metri e altezza 2,5 metri.

Sempre dal lato nord del capannone centrale si accede , grazie ad una rampa di scale , ad un volume identico al precedente in cui vi è ancora una cabina elettrica . Sempre dalle scale si accede all’ufficio, con annesso ridotto magazzino e , infine , all’abitazione . Dal lato ovest dell’ambiente centrale si giunge in un’area di 180 metri quadri per un’altezza di 3,20 metri quadri per una altezza di 3,20 metri quadri , aperta al nucleo originario del 1920 nel quale si trovano diverse aperture sul piazzale confinante; nel lato sud , una nuova rampa di scale che porta ad un ambiente sovrastante di pari perimetro, volume , morfologia architettonica , destinato essenzialmente a magazzino di utensili come corde , ferramenta varia , vetri e pezzi di ricambio per le macchine. Nella sottostante area, invece , avveniva la prima lavorazione del legno : i tronchi , trasportati da carrelli che viaggiavano su rotaie , venivano fatti scorrere attraverso la macchina precedentemente citata (che ultimamente funzionava esclusivamente a corrente elettrica ) addetta alla sezionatura in tavole di spessore vario a seconda della ulteriore lavorazione, poi le tavole erano trasportate nella attigua centrale termica e lì lasciate fino ad avere l’umidità richiesta dalle specifiche costruttive ed infine trasportate nel magazzino affiancato.

Purtroppo dopo questo momento di splendore economico e di prestigio , seguì a partite dal 1946 , quando con la fine della Seconda Guerra Mondiale i guadagni ottenuti con la vendita di cassette per munizioni furono sequestrati dallo stato italiano perché appunto guadagni di guerra , un lento e lungo periodo di declino fino alla chiusura definitiva di ogni attività lavorativa nel 1990. Il proprietario della ditta era allora ancora Orlando Bizzarri ma si affacciava già sulla scena commerciale il futuro successore Franco Bizzarri , figlio del precedente . Il periodo della seconda guerra non trascorse senza avvenimenti salienti come invece fu caratterizzata quello della Prima Guerra Mondiale : l?Italia infatti fu occupata dall’esercito tedesco e a questo si contrappose un esercito di partigiani che videro proprio nell’Appennino tosco-emiliano la loro roccaforte. La falegnameria fu occupata da ufficiali tedeschi che non influirono in alcun modo sulla produzione di cassette da destinarsi alla S.M.I. Ma si limitarono soltanto a controllare , a visionare ed a reprimere ogni atto di partigianeria.

Le storie ,tuttavia , raccontano di un assassinio da parte dei partigiani di un ufficiale tedesco ,d ella successiva rastrellazione e purtroppo di altre vittime cadute sotto i colpi di fucile.

Gli anni che seguirono la fine della guerra e dell’amministrazione di Orlando , al quale succedette il figlio Franco , segnarono come abbiamo già specificato , un lento declino dovuto non solo alla confisca dei guadagni ma anche ad una drastica diminuzione della domanda di mercato; fra le probabili cause di questa regressione forse stanno l’ingresso massiccio sul mercato italiano di materie plastiche e dell’alluminio , ottimi ed economici per certi tipi di arredamento ;di un costo maggiore dell’operaio , che diviene sempre più specializzato e meno artigiano ; la richiesta di prodotti particolarmente elaborati e raffinati ,che macchine dei primi anni del 1900 non erano in grado di produrre , il costo eccessivo del legname dell’Appennino. Infine ciò che decise la chiusura definitiva della falegnameria nel 1990 sotto la gestione di Ricciarelli Fulgida , consorte di Bizzarri Franco ,figlio assieme a Laura ed Ida , di Orlando Bizzarri , furono le severe norme antinfortunistiche che la Comunità Europea richiese agli edifici ad uso lavorativo o pubblico : occorreva ricostruire interamente l’impianto elettrico , nuove scale d’emergenza , ristrutturare la copertura ,le grandi vetrate , costruire un argine più robusto lungo il fiume ma soprattutto occorreva qualcuno che avesse ancora iniziativa imprenditoriale e succedesse nella dirigenza amministrativa , e che magari ridimensionasse gli stabili alla domanda di mercato cercando anche nuove strade da percorrere oltre quella della M.S.I. Non così proficua come in passato.

Tuttavia nei 44 anni del dopo guerra la falegnameria si ridimensionò soprattutto nel numero degli operai e nelle spese di acquisto dei macchinari che servivano generalmente per la lavorazione , esigua, di cassette militari , e di infissi ; la produzione si mantenne stabile negli anni 60 , 70 e 80 ma non permise comunque una ristrutturazione completa dell’edificio quando questa divenne obbligatoria decretandone così la chiusura dell’immobile e dell’attività di falegnameria.